di cactus e di codipendenze

cari cactini carini

Le piante grasse mi mettono alla prova, è come vivere un test quotidiano all’interno della mia routine.

Ogni mattina mi alzo, vado in bagno, porto giù il cane, faccio colazione e innaffio le mie piante curando quell’angolo di verde per me orgoglio e nutrimento.

Ogni mattina passo con la brocca d’acqua tra quelle più assetate, gli sorrido, stacco le foglioline secche e poi guardo esitante le mie piante grasse. Le cactacee.

Ho l’acqua in mano, tasto la terra asciutta e tentenno.

Perché io vorrei tanto, ma proprio tanto, dar loro da bere e contribuire così a una crescita meravigliosa. Intervenire, nutrire, guidare lo sviluppo di nuove propaggini e così via.

Ogni fibra del mio corpo inizia a desiderare di aggiungere un po’ d’acqua al terreno delle grasse anche se no, assolutamente no, non si fa. Perché non è che non abbia letto qualcosa sulla loro cura, non è che non sappia di aver quasi ucciso una bellissima aloe (affettuosamente detta La Luisa) perché l’ho riempita di acqua non necessaria. Lo so, eccome se lo so! I rinvasi, l’asciugatura delle radici… certo che lo so!

Eppure, io per qualche secondo sospendo il raziocinio e incomincio un dialogo interiore.

“Dai, hai messo l’acqua a tutte, che non gliene vuoi mettere un po’ anche a loro?”
“Sì, vorrei, però… no dai, lo sai che non si può.”
“Va beh, ma tanto non se ne accorgerà nessuno.”
“Sì, questo lo so, solo che poi magari si ingialliscono e è un casino.”
“Ma se lo fai solo questa volta no… pochino pochino, dai.”
“Solo questa volta, dici…?”

A volte riesco a contenere l’impulso di intervenire, altre però no. Sto sicuramente diventando più brava ma solo perché pratico un esercizio di osservazione verso balconi e davanzali altrui per prendere spunto dalla maestosità di certe grasse che vedo in giro.

Che poi non è vero che non se ne accorgerà nessuno, perché quando il cactus sarà giallo, floscio e marcio, me ne accorgerò io. Quando rimarrò con un vasetto vuoto da usare per altro, ci sarò io a notare la mancanza sul mio davanzale. E sarò sempre io a custodire l’onta di quel fallimento pressoché voluto.

Nelle relazioni per me è lo stesso.

L’altro deve solo fare la sua vita, seguire la sua strada, proseguire secondo propria natura. E io posso stargli vicino ma sono semplicemente chiamata a fare esattamente la stessa cosa con la mia, di vita.

Però a volte sono lì con l’acqua in mano, intenta a innaffiare tutti gli aspetti della mia persona e guardo lui. Lì. Così vicino anche se fatto di ritmi e necessità totalmente diversi dai miei. E che fai, un goccio d’acqua non glielo butti anche a lui?

Allora, anche se so che non dovrei perché non è affar mio e perché non sono assolutamente chiamata a nutrire a cottimo senza che dall’altra parte vi sia richiesta, io quel goccino d’acqua in più ce lo metto. Perché sì, perché secondo me lui aveva sete e quell’acqua gli avrebbe fatto bene ma, soprattutto, non si sarebbe mai accorto che io di nascosto gli allungo un po’ d’acqua ogni tanto.

Un goccino d’acqua oggi, uno domani e sì, magari lui non si accorgerà mai del fatto che sia io a farlo marcire ma rimane il fatto che prima o poi sarà un cactus giallo e un po’ moscio.

Anche se io volevo solo nutrirlo nell’arrogante convinzione di sapere cosa sia meglio per lui e di cosa gli serva per stare bene, infischiandomene di vedere veramente lui, i suoi ritmi e i suoi bisogni.

I cactus sono la scuola che mi mostra ogni giorno i sintomi della mia dipendenza, che è qualcosa di subdolo perché la spinta apparente è votata al bene, al nutrimento e al benessere: so io cosa sia giusto per te!

Ma non è così e la pianta presto o tardi svelerà quelle innaffiatine segrete e per me sporadiche diventando gialla. Perché, contrariamente alle persone, la pianta ha radici che la obbligano a rimanere anche quando l’ambiente intorno è tossico e inadatto alla sua crescita.
Anche certe persone hanno quel tipo di radici ma questa è un’altra storia…

Io sto imparando a fermarmi prima di versare l’acqua se non mi viene chiesta ma la tentazione rimane forte e ancora non passa quell’istinto iniziale di versare secondo il mio bisogno. Ogni tanto un po’ me ne scappa. Ancora mi dico che non se ne accorgerà nessuno ma questo non è mai stato vero perché io lo so: ormai non si tratta più un automatismo inconsapevole.

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di orchidee un po’ comari

adelina e guendalina bla bla. ovvero: le mie orchidee

Ho due orchidee e, in quanto niubba del settore, non ho idea di che specie di orchidee siano. 

Per me sono semplicemente due comari un po’ attempate dalle reazioni eccessive nei confronti dei cambiamenti e con il carattere cocciuto – ma maliziosamente curioso – delle signore di certi sceneggiati un po’ retrò.

E’ qualche mese che provo a tenerle in balcone protette dalla luce diretta ma, al minimo soffio di vento, ecco che entrambe si ribaltano e me le immagino come vecchie lady che si portano il dorso della mano alla fronte e si lasciano cadere in un “ohh…” un po’ affettato.

Sono buffe e anche un po’ eccessive e fanno comunella per farmi sentire in colpa nel mio modo poco professionale di gestirle.

Ora che le ho rimesse in casa stanno buttando fuori un sacco di foglie ma anche le radici, tanto da chiedermi se io non debba rinvasarle. Non fosse che – ed è forse una delle poche cose di mia conoscenza riguardo a questi strani fiori – sia luglio e bisognerebbe aspettare l’autunno per un rinvaso.

Insomma, rischierei di farle indisporre davvero e già si buttano giù per un po’ di vento, figuriamoci se gli cambio il vaso fuori dai tempi previsti!

Che poi le due stronze hanno perso tutti i fiori ma buttano foglie su foglie. Strati e strati di foglie e neanche lo sforzo per un piccolo bocciolo.
Queste due comari si saranno messe d’accordo per prendermi in giro… non c’è altra spiegazione.

vita: di aspettative e di rabbia

“parte di un bosco ma albero solo”

Provo molta rabbia. Sono arrabbiata con tutti, dai miei genitori al mio compagno, perché tutto non è come vorrei.

Oggi dunque ho iniziato a dirmi di diventare la persona che voglio e a cui ambisco fregandomene degli altri, andando dritto dove devo. E mi sono resa conto che il grosso della rabbia è rivolta verso di me per essere ancora qui senza niente in mano.

A volte non vedo i miei risultati, accecata dalle aspettative che nemmeno credevo di avere.

E’ facile notarle quando si riferiscono agli standard comuni: un lavoro con contratto a tempo indeterminato, una casa di proprietà, l’auto, una famiglia con matrimonio e figli.

Io però non ho la maggior parte di questi goal sulla mia lista e nella diversità si trovano confini più subdoli tra i sogni e le aspettative.

I primi mi portano a guardare il cielo ambendo a volare, le seconde mi fanno guardare su in richiesta, come se tutto questo dovesse essere già qui, caduto dalle stelle intorno a me o dritto sui miei piedi.

Eppure faccio tantissime cose, so di arricchire me stessa in molti campi. Ma non mi rendo l’essere umano completo e “arrivato” che vorrei essere.

Non mi rendo professionista in alcun campo. Non mi do sicurezze, autonomia, fiducia e futuro.

Non sto costruendo qualcosa che un giorno riuscirò a definire unicamente mio, che mi consegni la gestione di me stessa.

E’ come essere ipnotizzati e convinti che il paradigma della povertà, della dipendenza (lavorativa) e della subordinazione sia l’unico possibile.

Io vorrei riuscire a svegliarmi e realizzare me stessa come individuo e donna senza l’aiuto di nessuno ma anche con i miei unici tempi, le mie forze, creando il mondo intorno a me stessa senza dover avere a che fare con tempi-spazi-necessità altrui.

Vorrei essere l’unico ramo del mio albero e allo stesso tempo le mie radici e il mio fusto.

Parte di un bosco ma albero solo.

Sono arrabbiata con me stessa perché non sono ancora niente, non ho creato nulla pur avendo vissuto e non sono la super star che sarei dovuta diventare.

Forse il mondo non parlerà di me. Forse non lascerò nulla a chi non mi abbia conosciuto di persona.

E io questo non posso ancora accettarlo.

Di codipendenza e di tramonti

Caffè, il sapore un po’ amaro del tabacco, odore di incenso.

Questi sono i profumi che in questo momento mi girano intorno, dove a tratti si inseriscono note canforate di un olio solido per massaggi.

Mi ritorna alla mente “Un uomo”, la canzone di Finardi che per tanto tempo è stata per me il punto di riferimento per tutti i parametri dell’uomo dei sogni.
La sto ascoltando spesso sperando, attendendo, immaginando.
Facendo vagare la mente e lo stomaco con le sue farfalle appresso alle polaroid dell’immaginazione.

E tutto questo mentre sono qui a contare i frammenti della mia relazione reale e attualmente finita come quando a cena al ristorante picchietto l’indice sulla tovaglia per tirar su le bricioline di pane di cui sono ghiotta.

“Allora basta”
“Sì, forse è meglio così.”
Non sono esattamente le parole che ci siamo mormorati al telefono, non ricordo quali siano con esattezza. Mi piacerebbe poter dire che ci sia stato un dialogo da pelle d’oca, qualcosa da copione del grande schermo, ma mentirei. Ci siamo bofonchiati qualcosa dopo un paio di recriminazioni prive di grazia ma anche povere di energia e, stancamente, abbiamo concluso la nostra personale carneficina.
Allora basta.

Ci ho messo un anno ad arrivare a tutto questo perché è poco più di un anno che ci conosciamo. Ma Osho e altri come lui han sempre detto che se le cose non fluiscono dall’inizio, difficilmente saranno destinate a farlo e… appunto.

Un anno. Alti e bassi, ciclicamente io nella doccia a piangere e a parlare al mio bagno da sola, per sfogare parole che avrei voluto dire a lui. O a me stessa.

Un anno in cui mi sono messa da parte da sola. Lui era più importante, veniva prima, era la persona che non doveva abbandonarmi per niente al mondo. E io a farmi piccola e a non ribellarmi, calpestando la mia dignità, i miei bisogni e la mia bellezza.

Mai abbastanza bella, mai abbastanza brava, mai abbastanza tutto.
Vi siete mai sentiti la comparsa della vostra relazione quando dovevate esserne i protagonisti? Io sì. E non è bello.
Soprattutto quando in realtà dall’altro lato c’è una persona che non è disposta ad andare da nessuna parte, che non offre alcun nutrimento alla relazione ma ogni volta che la cosa viene tirata in ballo, è capace di manipolare il tutto per farvi dubitare di voi stessi.

Questa cosa ha un nome e si chiama codipendenza. Una malattia vera, dalla quale sono afflitta e su cui sto lavorando.

Il primo passo è riconoscere di essere malati e che la vita è diventata ingovernabile a fronte di questa condizione.

Il secondo, per me, è eliminare la sostanza da cui sono dipendente: questa non-relazione. La prigione di vetro entro cui mi sono rinchiusa per non percepire il vuoto.

Tutto, pur di non rimanere da sola nel nulla. Nel vuoto. Nel wu-chi (assenza di polarità, vuoto fertile).

E’ il vuoto della meditazione e è quello da cui mi tengo lontana appena posso. O almeno, lo facevo prima.

Perché oggi ho dato voce al mio vaffanculo e forse – forse veramente – inizio a percepire come reale il detto “meglio soli che male accompagnati”.

Forse comincio da me.

Perché non è vero che non amo te e che non ti voglio. Io non amo noi, non voglio noi.

Di aborti e di virtù

Sono a favore dell’aborto.
Sono a favore della libertà di scelta.
Sono a favore della libertà in generale.
E non è facile, perché libertà e etica sono due posizioni a volte in contrasto tra loro e piazzare l’asticella della legittimità è un gioco di equilibrismo mica da ridere.

12 di voi

Siete 5 ma, se non avessi abortito, sareste 12.

mia mamma

E’ una cosa che mia madre, parafrasando, ha spesso ripetuto nel corso del tempo. Eppure solo negli ultimi anni ci ho fatto davvero caso, traducendo a modo mio ciò che lei ha spesso pronunciato con altre parole: ho usato l’aborto come metodo anticoncezionale.
Sì, qualcuna è andata persa per strada per via di aborti spontanei ma la maggior parte delle gravidanze è stata volutamente interrotta con un’operazione.
E va bene così.
Va bene così perché si tratta di una sua scelta insindacabile, era libera di farlo e non mi permetto di entrare nel merito della vita di un’altra persona.
Io però ho delle reazioni in merito. Nel mio percorso c’è anche questa storia che fa parte di me come un assunto: mia madre ha usato l’aborto come metodo anticoncezionale.

Non ho giudizi in merito. Se si trattasse di una mia amica e oggi la vedessi passare attraverso tutto ciò, sicuramente le suggerirei un metodo anticoncezionale più sicuro. So per certo che si tratta di una donna dalla fertilità leggendaria e allora perché passare attraverso un’esperienza così drammatica se si può fare diversamente? La risposta è che probabilmente di questa storia conosco solo la punta dell’iceberg e che, forse, diversamente non poteva fare. In cuor mio ne dubito fortemente ma questo non ha alcuna importanza. Rimane il fatto che tutto ciò sia in qualche modo entrato in me come un imprinting sul quale lavorare. Se tornassi a fare Costellazioni Familiari forse spenderei un po’ di tempo per lavorare in me e nel mio sistema familiare e energetico sul valore e l’importanza di un tale background. Ma questo è un altro discorso.

A 19 anni ho abortito.

Ero già incinta quando ho avuto il ritardo che mi ha fatto sorgere il dubbio ma non lo sapevo. L’ho saputo con l’ecografia del medico che ha datato la mia gravidanza.
Ricordo di aver telefonato a mia madre, che in quel momento era fuori casa, per dirle che avevo fatto un test e che era risultato positivo. Allora lei aveva preso in mano la situazione dicendo che ok, avremmo risolto.
L’unica soluzione che mi aveva presentato era l’aborto e sebbene fosse una scelta alla quale sarei giunta anche da sola, ricordo nitidamente di come in quel momento lei l’avesse presa per me: andiamo ad abortire.
“Andiamo”, un plurale che si è inserito nella mia mente e nella mia vita in modo indelebile.

Ricordo tutti i sintomi di quella gravidanza: le nausee fortissime, i seni gonfi e duri, le aureole dei capezzoli più scure, le vene del petto che si mostravano in trasparenza sotto la pelle, l’urgenza di urinare spessissimo.

Il ginecologo del consultorio da cui ero andata per iniziare il tragitto verso l’operazione mi aveva trattato con sufficienza facendomi domande sulla scuola, ridicolizzando le mie capacità di studentessa, facendomi male con il guanto non bene lubrificato nel visitarmi.
La psicologa aveva cercato di convincermi a tenere il bambino e ricordo che mi ero sentita di dover mentire dicendo che si era rotto il preservativo, terrorizzata dall’idea che potesse impedirmi di andare fino in fondo con la scusa di una mia leggerezza durante il rapporto sessuale. Ero molto spaventata perché in quel momento la mia vita non era nelle mie mani ma tra quelle di qualcosa molto più grande di me: il sistema.
Tenere quel bambino sarebbe stata la punizione del sistema nei confronti della mia vita sessuale sconsiderata, visto che avevo fatto sesso in modo non protetto, e quindi non sicuro, col mio fidanzato dell’epoca.
E io non volevo essere punita.

Quando mia madre mi trovò a piangere in camera da letto mi domandò sconcertata se per caso non volessi tenere mio figlio. Non aveva preso in considerazione quella strada. No, non volevo tenerlo ma non avevo nemmeno scelta. E, soprattutto, avevo una paura fottuta.

Il giorno degli esami in ospedale, il mio ragazzo non si era presentato adducendo scuse imbarazzanti del tipo che doveva andare in posta per sua nonna perché il giorno prima c’era troppa fila. Ricordo perfettamente la mia rabbia: sapevi che ci sarebbe stata la giornata di esami e test in ospedale, non potevi fare comunque la fila? Evidentemente no. Aveva paura anche lui ma solo ora me ne rendo pienamente conto.

In ospedale, il giorno dell’operazione, ero stesa a letto con il camice aperto dietro la schiena e un dottore molto carino era passato a inserire nel mio corpo la piccola pastiglia che avrebbe dato il via alle procedure dell’IVG. Mi era sembrato molto carino e il mio lato giovane e romantico aveva fantasticato su di lui malgrado la situazione.
Dopo di che ci avevano mandate tutte al piano di sotto, in una sala d’aspetto con sedie di plastica lungo le pareti. Forse per via dell’iniziale del mio cognome, ero rimasta l’ultima. Da sola. In quella sala, avevo sentito umido tra le gambe e, controllandomi, avevo visto il sangue iniziare a colare lungo le mie cosce. Un filo rosso e liquido che scendeva per dirmi che ormai non c’era più niente da salvare. Un filo rosso che non dimenticherò mai.

Per anni quell’immagine è rimasta sepolta nel mio inconscio senza che me ne ricordassi ma da qualche tempo, per via dei molti lavori che sto facendo su di me, è tornata a bussare alle porte della mia mente. Ce l’ho di nuovo stampata nella testa: l’azzurro delle sedie, il rosa pallido delle mie gambe e un filo rosso che scende da sotto il bordo della vestina. L’imbarazzo di sporcare in giro con il mio sangue. La solitudine che non mi ha permesso di chiedere una mano a nessuno: ero lì completamente sola, smarrita e fragile, con tantissima paura dentro al petto e nello stomaco.

Della sala operatoria ricordo stranamente tanto buio, un lettino con le staffe sul quale non ricordo di essermi arrampicata e una famosissima canzone di Robbie Williams in sottofondo. Una canzone che non sono più riuscita ad ascoltare.
Le mie braccia aperte, la flebo, le luci fioche addosso, il conto alla rovescia e poi più niente.

Non ho mai detto a mio padre di aver abortito, sebbene io sia convinta che in qualche modo lo sapesse. Ai miei fratelli più grandi l’ho raccontato ma non a quelli piccoli e, certamente, non al papà degli ultimi due. Ai più, ho raccontato con la complicità di mia madre di un problema ginecologico che andava sistemato tramite una piccola operazione in day hospital.
Rimasi a casa da scuola per due settimane e quando tornai praticamente lo sapevano tutti.
Ad oggi non riuscirei a parlarne con mio padre perché spesso ho asserito con convinzione di non aver mai abortito, come qualcosa dalla quale distanziarmi, e oggi proverei vergogna a dirgli di avergli mentito. Non mi giudicherebbe e forse non avrebbe niente da dirmi in merito ma non è qualcosa che mi senta di affrontare né ne sento l’esigenza.
All’epoca non gli dissi niente perché ero la sua principessa. Non potevo essere una principessa così tanto fallimentare.

Mi è facile parlare della mia esperienza, un po’ meno abbinare parole che abbiano un valore emotivo all’intera storia. Provo molto pudore nei confronti della mia paura e del mio dolore e l’immagine di quel filo rosso tra le mie gambe è ancora così tanto vivida e tagliente da disturbarmi: tra me e il mio futuro – possibile prole – c’è un filo di sangue a tracciare il sentiero. A sbarrare la strada. Davanti a me c’è sangue.

Desidero dei figli. E’ qualcosa di atavico che mi vive nelle carni. Lo sento nella pancia vuota, nei seni che vorrebbero nutrire, tra le braccia che cercano compimento attraverso il gesto di stringere qualcuno da inondare di amore incondizionato.
Allo stesso tempo, ho dovuto guardare il bambino che non ho voluto far nascere, parlargli, chiedergli scusa.
Non per l’interruzione di gravidanza in sé, dal momento che a livello etico non sento l’aborto come una cosa sbagliata, ma unicamente per avergli tolto la possibilità di vivere. Non saprei spiegarlo diversamente: sono a favore dell’aborto eppure oggi non riuscirei più a scegliere quella strada.

Mi sono ripromessa che non lo avrei fatto più.
Se un bambino vorrà nascere da me, non interromperò più nulla.
Nella mia vita ho dovuto assumere la pillola del giorno due volte, dopo quell’esperienza di quasi 20 anni fa, e l’ultima volta è stato il mese scorso.
Non l’ho fatto facilmente ma grazie a quell’esperienza ho capito di non volere figli ora. Ho vissuto la cosa come il lutto di una possibilità, non come un lutto in generale e certamente non il lutto di un figlio. Solo di una possibilità.
E’ stato di conforto sentir dire al mio compagno che anche per lui sia stato un piccolo lutto: la natura avrebbe voluto che i suoi spermatozoi trovassero una strada verso il mio uovo, visto che sono giorni fertili, e noi abbiamo deciso arbitrariamente di ritardare l’ovulazione così che morissero senza trovare la loro agognata meta.
E’ stato di conforto sentirgli dire che, benché non desideri figli, se io rimanessi incinta non se ne andrebbe.

Oggi non sono sola. Ma se pure lo fossi, avrei dalla mia molti più anni di esperienza e una consapevolezza di me differente.
Consapevolezza che non ha la funzione di annullare il dolore ma di permettermi di osservarlo e processarlo senza farmi soffocare dalla paura.
Oggi non avrei bisogno di una madre che prende decisioni per me ma, madre di me stessa, accompagnerei la mia bambina interiore attraverso l’esperienza confortandola. Con la promessa che, qualsiasi cosa sceglierà, non mi deluderà e non l’abbandonerò.
Forse è stato questo a spingermi verso una scelta che non era stata del tutto mia e a mantenere il silenzio verso mio padre: la paura di deludere la donna dei tanti aborti, la paura di uccidere l’uomo che mi aveva assurto a principessa.

La paura di diventare madre perdendo il mio ruolo di figlia.

donna: di vita e orchidee

Approdo nel web così, perché lo ritengo socialmente necessario in questo periodo in cui la donna viene nuovamente messa sotto attacco dalle decisioni di un sistema patriarcale e spaventoso.

è tristemente evidente che io non sappia fare foto dal telefono

Ieri in Alabama hanno dichiarato illegale l’aborto anche in caso di stupro o incesto. La vita di un embrione vale più di quella della donna, del suo corpo, del suo diritto di scegliere, della sua possibilità di processare traumi o semplicemente di portare la propria vita in una direzione intima, personale, che non debba essere discussa sul foglio di una Costituzione.

Ne ho parlato con rabbia e anche un po’ di paura al mio compagno, il quale ha risposto ai miei commenti dicendo che “e figurati se non ne facevi una questione femminista”. Cos’altro dovrebbe essere se non questo? Il corpo delle donne viene da sempre strumentalizzato per garantire potere: una donna libera sancirebbe la libertà sociale di ciascun individuo, distruggerebbe l’ordine così come è conosciuto, lo rivoluzionerebbe. La donna libera fa paura da sempre e da sempre viene oppressa!

Ma torniamo al blog.
Perché mai scrivere? E soprattutto, perché mai farlo ora? Perché parlare di orchidee insieme alla donna?
Perché, esattamente come curo le mie orchidee – ovvero senza conoscenze pregresse se non qualche cosa rubata dall’internet ma affidandomi per lo più all’intuito – vivo la mia vita. Perché sono donna ma ci ho messo veramente molti anni per accettarlo, rendermene conto, scoprire cosa volesse dire.
Non ho ancora trovato la linea sottile che si trova tra la sperimentazione a volte folle e l’autopreservazione, oscillando tra lanci senza paracadute né ginocchiere e momenti in cui le mie difese, al pari di una forte allergia stagionale ai pollini, si innalzano come mura inespugnabili. Perché donna è individuo, è valore immenso (pari a uomo), è percorso, è ciclicità.

L’orchidea è un po’ una vagina e un po’ il viso di una fata. E’ una bellissima pianta che in realtà non chiede chissà quali cure, solo un po’ di accortezze, eppure molti ne parlano come di qualcosa ad altissimo mantenimento. In questa cosa fatta per lo più di voci ci rivedo molto la condizione della donna: dai meme di internet alle barzellette sulle bionde, passando per i famosi e giganteschi “manuali per capire la donna” c’è una mistificazione incredibile su ciò che sia la donna, quali siano i suoi bisogni, come bisognerebbe parlarle, le regole di un galateo iper-moderno rispetto a quello che era un tempo e così via.

Ciò che ai miei occhi è mortificante è la concezione che “donna” sia un organismo unico anche se composto da miliardi di uteri e cervelli. Se avete mai visto Rick & Morty, immaginate il pianeta controllato mentalmente da Unità. Se non lo avete mai visto vi consiglio di provvedere ma intanto sappiate che mi riferisco a un intero pianeta dove ogni persona è in realtà parte di un unico cervello centrale.
Ecco, la donna evidentemente è vista così e per quanto io abbia una visione molto olistica del mondo e dei suoi funzionamenti, personalmente non ci sto. Io sono io.
Faccio parte di innumerevoli categorie, tutti lo siamo, eppure non voglio essere identificata da questo. Ancora una volta, adesso diciamolo tutti insieme: io sono io.

Forse sono arrabbiata. Forse ciò che ha premuto dentro di me per tanto tempo sente il bisogno di venire al mondo, trovare la luce dopo essere passato nel canale di un parto creativo, dall’astratto trovare forma concreta. Per ora un bozzolo di parole che hanno provato a spiegare loro stesse ma ancora sono incastrate dai filamenti dei miei pensieri. Lascio che questa nuova forma di me prenda la sua via, la osservo con la curiosità con cui osservo i bambini quando provano ad esprimere loro stessi attraverso i movimenti del corpo: non conduco, non interferisco, accolgo, ricevo, sostengo se necessario.
Conscia del fatto che, a volte, anche una caduta possa essere soddisfacente quanto una corsa fino alla meta.